voila j'vous ai trouvé une interview de Mexes :
LVARO MORETTI
ROMA. Sembrava aver cambiato nome: non più Philippe Mexes, ma Caso Mexes tante erano state le volte in cui s?era scritto dell?affaire che ha bloccato il mercato della Roma per un anno. Da qualche tempo ha riconquistato il suo nome e il suo ruolo di calciatore di livello internazionale e non più di piantagrane internazionale. Chiusa la vertenza con Auxerre e Fifa, Mexes ha ricominciato. A giocare bene, a imporsi e imporre la propria forza.
Allora bentornato Philippe Mexes, addio Caso Mexes.
«Io sono sempre stato Philippe, mi scoccia adesso parlare ancora di quella storia. Ne sono uscito. Una cosa è certa: non lo rifarei per me e per la Roma. Non mi aspettavo proprio di diventare un caso di giurisprudenza internazionale. Ora ho capito che il calciatore è una specie di giocattolo».
Con il gol all?Ascoli e dopo la liberazione dall?affaire è rinato Mexes. Ora c?è la sfida alla Juventus. Sapeva anche loro la cercavano in quell?estate del 2004?
«Nessuno si è fatto vivo con me. Con l?Auxerre forse. Avevo per le mani l?offerta della Roma e non ho voluto sapere neanche se c?era la Juve o qualche altro club. Non ho rimorsi, nè rimpianti ».
Neanche quello di non aver trovato Capello, il tecnico che l?aveva scelta, che pranzò con lei proprio il giorno in cui faceva le valigie per Torino, che le mostrava gli schemi coi bicchieri alla refezione di Trigoria?
«E? vero che pranzai con lui, che parlammo della Roma del futuro. Ma non ho scelto la Roma per lui: ho firmato quindici giorni dopo la notizia del suo passaggio alla Juve. Ho firmato per la Roma, non per Capello. Sulle prime ero dispiaciuto: se ne andava dalla mia squadra un grande allenatore. Ma per me ha sbagliato a lasciare la Roma in quel modo e ora capisco perché lui abbia lasciato un?immagine non positiva. Adesso, però, ho Spalletti per fortuna».
Per fortuna Spalletti: perché?
«Grande personalità, bravo a costruire di un gruppo dove si sta bene insieme. Eppoi l?allenatore più evoluto tatticamente che io abbia mai avuto. Mi piace il suo modo di far lavorare la squadra ».
Niente a che vedere con Nonno Roux, padre-padrone dell?Auxerre.
«Qui lo paragonano a Mazzone, ma il francese è soprattutto uno che cura benissimo la sua immagine paternalistica. Pare un papà saggio, ma da quando ho deciso di lasciare l?Auxerre ha pensato solo a cercare di ottenere più soldi per l?Auxerre e più mesi di squalifica per me e per la Roma. Altro che Mazzone».
E? finito anche l?esilio dalla nazionale: è stato riconvocato.
«Sì e per fortuna in Francia nessuno mi ha chiesto del contenzioso: erano stufi pure i giornalisti ».
Sabato il mondo la guarderà sfidare la Juve di Trezegol.
«Sono in tre i campioni, tre quelli pericolosi. David fa gol pure da fermo, Del Piero sa sorprenderti con giocate inimmaginabili, Ibra è la potenza. Viste le nostre assenze, non è che ce ne prestano uno?».
E? vero: a Torino ancora una volta senza punte, ma con più coraggio dopo aver eliminato dalla Coppa Italia quella Juve che ultimamente vi aveva sempre umiliato.
«Io lo so che per la gente questa partita è come un derby. E noi la sentiamo così, ma adesso che abbiamo trovato il nostro equilibrio tecnico e morale non abbiamo paura: se facciamo il nostro, a Torino può succedere di tutto. E senza paura, perché chi gioca non può avere paura. Siamo uomini come loro: certo, sono più talentuosi, ma noi abbiamo una voglia dentro... Ci andiamo a giocare una delle partite più belle del campionato italiano, pensando allo sprint con la Fiorentina. Che non si deciderà nel confronto diretto del Franchi, secondo me: la volata durerà fino all?ultimo».
All?andata subiste dalla Juve un 1-4 pesante.
«E immeritato: loro quattro tiri e quattro gol, noi tanti tiri e una rete sola. Siamo più fiduciosi, ora».
Merito del record di 11 vittorie consecutive?
«Io, come la squadra, mi sono esaltato nella continuità. Quel record è stata una festa, l?assaggio di cosa possa voler dire vincere una coppa o uno scudetto qui: non è lo stesso che vincere altrove, no. Ma vincere una volta sola non mi basta».
Cioè?
«Alla Roma c?è una squadra giovane e un progetto che è in crescendo: vincere costruendo una squadra dal basso dà più soddisfazione, crea meno problemi al bilancio, fa vivere meglio in continuità. In fondo avrei potuto scegliere di andare a vincere qualcosa facendo la panchina al Manchester, ho preferito essere protagonista di una rinascita. Qui lo scudetto s?è vinto, ma è rimasto isolato ed è stato pagato carissimo».
Ma per vincere con la Roma serve uno sforzo della società.
«L?anno scorso non hanno fatto mercato per colpa mia (dice sorridendo, ndr). Non eravamo attrezzati per giocarci campionato e due coppe. Ma per vincere, se la Juve la smette di fare record, si deve colmare un gap di ottodieci punti e quello si può fare sul mercato. Molti a Roma dicono che quei punti mancano per gli errori degli arbitri: mi fa un po? ridere questo, anche se qualche volta... (Ride di gusto, ndr). Non si costruisce una squadra pensando a colpi di mercato fini a se stessi, c?è un progetto per crescere insieme».
E se poi si presenta uno di quei club ai quali non interessa il lungo periodo, ma che paga bene e promette vittorie (tipo il Milan)?
«Mi fa piacere se ora si parla di me come uomo di mercato e non come uomo che blocca il mercato. Ma ho ancora una missione da compiere a Roma, dove sto molto bene».