Palladino: «Per la Juve scendo pure in C»
di ROBERTO COLOMBO
Al cuore non si comanda. Perchè la Juve per Raffaele Palladino,
bomber del Livorno e dell?Under 21 che stasera inizia la difesa del titolo Europeo, è proprio una questione di cuore. L?attaccante di Mugnano, piccolo centro in provincia di Napoli, ultima stagione in maglia amaranto grazie al prestito bianconero, fa subito capire il suo pensiero riguardo alle traversìe che sta vivendo il club di corso Galileo Ferraris. «Io sono tifoso della Juventus sin da quand?ero bambino e sono davvero sconvolto nel leggere tutto ciò che sta succedendo. Non avrei mai pensato che la Juve potesse vivere un periodo così travagliato. Mai avrei potuto immaginare che Luciano Moggi, uno che è sempre stato definito re del mercato e grandissimo esperto di tutto ciò che riguarda il mondo del calcio, facesse le cose che abbiamo letto e sentito dai media. Per me è stato davvero uno shock. Leggo sui giornali che la squadra del futuro sarà costruita soprattutto sui giovani. Per questo voglio dire la mia: io alla Juve andrei in B, in C, ovunque. La Juve non si rifiuta, mai. Giocare nella prima squadra bianconera per me sarebbe l?avverarsi di un sogno di bambino. Adesso aspettiamo a vedere come si evolverà la situazione » . Una bella dimostrazione d?affetto e di riconoscenza verso la squadra che l?ha allevato calcisticamente. Un amore, insomma, che non conosce nessun tipo di confine o di categoria.
Faccia furba tipica del ragazzo del sud, Palladino dispensa sorrisi, continua l?analisi e dà un consiglio ai bianconeri. «Se davvero sarà varata la linea verde per il prossimo anno, se davvero dovessi tornare a Torino per rendermi utile, vorrei ritrovare due giocatori che, a mio parere, potrebbero rivelarsi davvero utili e diventare due punti di forza della squadra. Penso ad
Mirante, portiere del Siena e mio ex compagno nella Primavera, e a Molinaro,
anch?egli del Siena, difensore ex Salernitana. Insomma, spero davvero che cambi qualcosa nella Juve. Perché qualcosa dovrà cambiare».
L?attaccante campano ci tiene anche a dire la sua sul caso Gea e chiarisce un retroscena sul suo prestito in Toscana, sul perché sia finito al Livorno e non al Siena o all?Udinese, società che, almeno fino a poco tempo fa, erano ?amiche? della Juventus: «Io non ho un procuratore, nessuno cura i miei interessi. Le mie decisioni le prendo da solo. Ci sono tanti giocatori assistiti dalla Gea che sono stati consigliati e mandati a farsi le ossa, a crescere in squadre che con la Juve avevano rapporti piuttosto stretti. Con me è andata diversamente: Aldo Spinelli, presidente amaranto, mi ha chiesto alla Juve nell?ambito dell?affare che ha portato Adrian Mutu in bianconero. E io ho accettato di buon grado di trasferirmi in prestito al Livorno. Mica al Siena o al Messina o all?Udinese...».
Se pensa ai suoi anni torinesi gli spunta sul volto un sorriso in formato
cinemascope: « Con la Primavera ho vinto 2 tornei di Viareggio e una Coppa Italia. Mi sono allenato a lungo con la prima squadra ma non ho mai avuto il piacere di fare l?esordio. Correva l?anno successivo all?addio di Zinedine
Zidane. Ho avuto occasione di lavorare al fianco del mio idolo Alex Del Piero
e a fianco di David Trezeguet: un signor bomber. Ebbene, a quei due fenomeni ho visto fare dei numeri incredibili, a quei due marziani ho tentato di rubare qualche segreto. Spero di esserci riuscito, almeno in parte. E vorrei davvero tornare a lavorare con loro: da campioni così c?è sempre molto da imparare ». La rifondazione bianconera, insomma è già cominciata: lo si vede, lo si capisce chiaramente ascoltando le parole di Raffaele Palladino, uno dei pochi bomber al mondo che non batterebbe ciglio se dovesse rinunciare alla serie A pur di poter giocare con la squadra che ama. Sarà fors?anche la vicinanza di Cristiano Lucarelli, suo capitano in quest?ultima stagione al Livorno, uno che ha rinunciato a un miliardo del vecchio conio (per dirla con Bonolis)
per giocare nella squadra della sua città, nella squadra del suo cuore. Palladino ha dimostrato d?essere fatto della stessa pasta. Un ottimo giocatore, ma soprattutto un grande uomo. E a sentire storie così c?è da pensare che il
calcio moderno, quello tutto basato su
business, ingaggi e trionfi e che non lascia spazio alle ragioni del cuore ma solo a quelle del portafoglio, abbia davvero le ore contate.
et quand je lis ça...